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Obiezione spese militari

L’Italia arriva a oltre 17 mila milioni di spese militari. Come si può contrastare questo finanziamento armato continuo ed inesorabile ad una sorta di “guerra infinita”? Una strada è l’obiezione fiscale alle spese militari attraverso una forma di diplomazia popolare. Significa che, chi vorrà aderire a questa iniziativa lanciata da tempo da diverse realtà sul web, pagherà allo Stato un po’ meno delle tasse che gli deve per dire – in modo simbolico – che nega di fatto il proprio contributo alle armi. Non si tratta, comunque, di evasione fiscale. La cifra che non viene pagata allo Stato, infatti, non se la tiene in tasca chi attiva questa iniziativa, ma servirà a finanziare operazioni di pace e interposizione nonviolenta. L’obiezione alle spese militari è un atto di disobbedienza civile importante e la cerchia degli obiettori di coscienza, anche se un po’ a fatica, si sta allargando sempre più nellasocietà civile, dopo un picco di adesioni all’inizio degli anni Novanta. Chi non vuole rischiare di essere accusato di evasione fiscale può obiettare una cifra inferiore ai 15,56 euro, oppure versare un importo a piacere all’Ufficio nazionale per il servizio civile(istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri), specificando che è destinato allaDifesa popolare nonviolenta e ai Corpi civili di pace. Un segno importante per dire no alle guerre e sostenere la pace nel mondo.

Con il termine diplomazia popolare (o dei popoli) si devono intendere tutte quelle strutture ed iniziative, a carattere transnazionale, evidentemente distinte dalla diplomazia degli stati, ma non per questo pregiudizialmente contrapposte ad essa, realizzate da soggetti nongovernativi. Esse hanno l’obiettivo d’influire sulla definizione e sulla realizzazione delle scelte di politica internazionale; nello specifico conflittuale favoriscono l’evoluzione il più possibile nonviolenta di un conflitto. A tal fine anche al diplomazia popolare rischia parimenti la diplomazia ufficiale.

La diplomazia popolare si presenta come strumento operativo per tradurre il principio di democrazia internazionale, in quanto promuove la partecipazione politica popolare al funzionamento delle istituzioni internazionali.

John McDonald e Louis Diamond hanno coniato il termine multi-track diplomacy (mtd) -diplomazia multipla, trovando una sintesi tra i diversi modi di utilizzo della “diplomazia popolare” da parte delle Ong, dei movimenti sociali e dei semplici cittadini.

Le ricadute effettive di un’azione di diplomazia popolare sul piano generale sono:

· l’aumento della conoscenza della politica internazionale da parte degli attori (in particolare dell’Onu, delle sue agenzie e dei programmi, del Consiglio d’Europa e delle sue diramazioni e del diritto internazionale);

· una maggiore specificità delle iniziative politiche internazionali con riferimento sia ai contenuti sia ai destinatari;

· la presa di coscienza che viviamo nell’era dell’interdipendenza mondiale e che c’è bisogno , per gestirla in maniera equa e solidale, di un’autorità sopranazionale veramente democratica;

· l’aumento quantitativo e qualitativo dei coordinamenti tra tutti i livelli organizzati di società civile.

Un esempio italiano è l’opera di mediazione svolta dalla Comunità di Sant’Egidio per la pace in Mozambico e per il dialogo tra le fazioni in lotta in Algeria e l’interposizione non armata effettuata, con grande rischio, dall’associazione “Beati i costruttori di pace” in Bosnia nel dicembre l992 e nell’agosto l993 (quest’ultima all’insegna di “Mir Sada”, “Pace ora”). E’ espressione di democrazia popolare anche il programma varato dal Consiglio d’Europa, con la collaborazione dell’Assemblea dei Cittadini di Helsinki e dell’Associazione dei Comuni d’Europa, con la denominazione di “ambasciate della democrazia locale”. In sintesi si tratta di una nuova forma di gemellaggio inteso a tradurre concretamente la solidarietà transnazionale fra comuni dei paesi membri del Consiglio d’Europa e comuni della ex Jugoslavia, con la partecipazione ufficiale di organizzazioni nongovernative: nei comuni della ex Jugoslavia vengono aperti uffici di collaborazione permanente, ossia “sedi diplomatiche locali” di iniziativa popolare.

fonte: http://www.unimondo.org/

La pace si costruisce soprattutto con l’educazione: le donne, abituate a gestire i conflitti familiari, possono avere un grande ruolo nel risolvere le controversie trovando soluzioni in cui non ci sono sconfitti ma soltanto vincitori in positivo. In sintesi questo è uno dei pensieri forti che hanno animato l’instancabile azione di Betty A. Reardon (classe 1929) che per più di 40 anni ha dato vita a incontri, seminari, corsi universitari, campagne di sensibilizzazione sui temi della pace, ha fondato centri di ricerca, ha collaborato con varie istituzioni internazionali e infine ha lanciato azioni concrete di protesta e di proposta negli Stati Uniti e in tutto il mondo. Nata a New York Betty Reardon, colpita nella giovinezza dall’esperienza della seconda guerra mondiale, capisce che l’obiettivo della sua vita è quello di educare alla pace: dopo essersi laureata in storia, partecipa così alle manifestazioni contro la guerra in Vietnam e per i diritti civili in USA, insegnando contemporaneamente in vari istituti e università. Con il passare degli anni cresce il suo impegno globale: nel 2001 viene insignita del premio UNESCO per l’educazione alla pace. 

(Betty A. Reardon)

Per approfondire.

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