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… che storia… non unica in questo Paese già in ginocchio…

Questa è una lettera di un ragazzo, Mattia Fibbi, 29 anni, che non si sente più cittadino italiano. La sua situazione è molto più comune di quanto si possa pensare. Quando smetteremo di sprecare giovani talenti, energie e risorse, facendo morire piano piano il nostro paese? 
“Fino al settembre del 2011 conducevo una vita tranquilla, con un lavoro dignitoso, la possibilità di pagarmi un affitto. […] Nel settembre dello scorso anno mi licenziai con la convinzione di poter finalmente iniziare a seguire il mio cammino ed anche per stare più vicino a mia madre, gravemente malata la cui scomparsa avvenne pochi mesi più tardi. Ai primi di ottobre intrapresi la ricerca di un lavoro e onestamente credetti, a torto, che tale situazione sarebbe stata una breve parentesi nel complesso positiva. Arrivati a gennaio del 2012, dopo il duro colpo causato dalla perdita di mia madre, vinsi una borsa di studio per svolgere un tirocinio formativo a Siviglia, in Spagna, per circa quattro mesi. Iniziato il tirocinio per alcuni mesi credetti che la vita sarebbe cambiata, che qualcosa finalmente avesse cominciato a ruotare nel verso giusto, avendo anche incontrato colei che attualmente è la mia compagna, il mio sorriso, l’unica vera autentica boccata di ossigeno e di vita in questa penosa situazione nella quale mi trovo a scriverle. Terminato il tirocinio decidemmo, io e la mia compagna, di restare in Spagna. […]Si sopravviveva ed almeno eravamo felici perché vivevamo insieme e nulla ci spaventava, compresa la nostra precarietà. Ai primi di luglio tuttavia ci ritrovammo entrambi senza un lavoro, con un affitto da pagare e con l’incubo di non riuscire a trovare alcuna occupazione. Dopo innumerevoli tentativi, trascorso un intero mese e mezzo, in un contesto delicato fatto di scioperi e manifestazioni, in una Spagna oramai al collasso, fummo costretti a tornarcene in Italia, senza un euro, dalle nostre rispettive famiglie.Arriviamo così all’estate appena trascorsa. Dal momento del nostro rientro posso dirle che cominciai a non vivere più. Ogni giorno alla ricerca di un lavoro: agenzie, centro per l’impiego, porta a porta, telefonate su telefonate, curriculum spediti on line in Italia ed all’estero. Nessuna risposta, mai un briciolo di speranza. Alla fine eccoci al Natale e siamo ancora qua, senza lavoro e purtroppo senza cittadinanza.Adesso non posso scrivere di sentirmi italiano; oggi non riconosco e non vedo più quei valori che ci hanno unito, quei diritti al lavoro, alla felicità, ad una vita dignitosa, al futuro. Ho ventinove anni eppure non trovo niente e mi creda, sono stato e sono disposto a fare tutto purché sia un lavoro. Ho una laurea, una specializzazione, un master, esperienze significative all’estero ma tutto questo non conta. Tutto mi appare un sogno; oggi per me è un sogno la possibilità di avere un lavoro, sia esso in una fabbrica, in una cucina, in un bar, in una stazione di servizio, in agricoltura, avere un salario e poter così pagare un affitto di un monolocale e tornare a vivere insieme alla mia compagna. Ebbene si tutto questo appare proprio un sogno. Io e la mia dolce metà possiamo vederci una volta ogni due settimane se siamo fortunati; viviamo in citta diverse e occorrono molti soldi per viaggiare. Siamo preoccupati, amareggiati, viviamo lontani, vogliamo costruire il nostro futuro insieme ma come facciamo? […]

Personalmente ho stracciato anche la tessera del partito, si quel partito democratico al quale mi ero iscritto con entusiasmo e spirito d’iniziativa, attivandomi e facendo politica giovanile. […] Non sono cittadino perché il paese che mi ha messo al mondo, che mi ha formato, che ha investito su di me, ora non sa che farsene della mia personalità, della mie capacità professionali ed umane perché quello stesso paese che amavo e per il quale ho lottato per rinverdire l’entusiasmo del nostro stare insieme, del nostro essere italiani ed europei, oggi mi impedisce di vivere alla luce del sole. Sono ferito, amareggiato, completamente e totalmente stanco di alzarmi ogni giorno per andare alla ricerca di un lavoro che non c’è, alla ricerca del diritto alla vita.

Sono tre mesi che a fatica dormo la notte; mi sto ammalando, i giorni passano e non vedo la fine, una soluzione. Sono arrabbiato e non mi stanco di far sentire la mia voce, di ribadire con forza che credevo in questo Paese ma quello che vedo non è il paese che sognavo, il paese che avevo in mente.

Oggi, io, Mattia Fibbi, nato a Fiesole il 30 dicembre del 1983, non sono cittadino di questa Repubblica ed assieme a tre milioni e mezzo di italiani senza lavoro, senza diritto, ricordo solo che tra i Principi fondamentali del nostro testo costituzionale si dice a chiare lettere che la Repubblica Italiana è una repubblica fondata sul lavoro che consente ai suoi figli di vivere al margine della legalità perché senza lavoro non siamo niente: siamo morti anche se camminiamo e respiriamo, siamo ombre di noi stessi. Oggi il mio nome è NESSUNO e comprendo che la società può fare a meno di me. […]

Vorrei dirle Viva l’Italia, Viva la Repubblica tuttavia l’unica cosa che posso dirle, salutandola cordialmente, è un semplice augurio di buon anno; un invito a non dimenticare cosa eravamo e cosa purtroppo oggi siamo. Mi dispiace, mi dispiace per l’Italia, per le sue Istituzioni, per i suoi servitori che nobilmente hanno pagato con la vita per difendere l’onore ed il rispetto del Paese, per i suoi figli lasciati in disparte e considerati NESSUNO, i senza voce, i senza diritto. Vorrei solo vivere alla luce del sole, vorrei solo sperare, solo sognare, vorrei solo lavorare, vorrei rialzare la testa, avere una possibilità. Cordialmente suo
Firmato
Mattia Fibbi”

Lettera indirizzata a Giulia Innocenzi
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