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Disabilità: la chiamano inclusione, praticano discriminazione

Il 3 dicembre è stata la giornata dei diritti delle persone con disabilità. Non dovrebbe essere solo “una commemorazione” ma un impegno che si rinnova annualmente proponendo azioni per migliorare l’inclusione sociale. Ma non è così. I tagli del governo agiscono anche sulle persone più bisognose e la società che si ritiene “civile”, non discriminatoria lo è sempre meno. Qui di seguito un articolo tratto da “Il Fatto Quotidiano” con esempi di vita che si rispecchiano in tantissime realtà anche locali.

“Nel corso dei giorni ho voluto vedere con i miei occhi alcune realtà legate alle “opportunità” offerte li adolescenti e degli adulti con grave handicap. E’ stata una pugnalata inflitta nel mezzo della mia fronte.

Ho pensato che qui le cose sono due: o sono matta io o sono matti loro. Provo a spiegare quello che ho visto, cosa ho pensato, chiedendo più che mai un confronto aperto.

1. Centri diurni che svolgono progetti e attività che devono favorire l’inserimento, l’inclusione e la crescita di persone in condizione di handicap.

Bene. Decido di capire meglio. Esco di casa al mattino e ne giro alcuni. Non ho trovato niente di inclusivo e nessuna opportunità se non quella (per certi aspetti meritevole considerato che pare sia l’unica o quasi) di baby parking per persone adulte. Non voglio sparare a zero sulla buona volontà e sull’impegno di risorse dei singoli. Però qualcuno mi deve spiegare come si può favorire qualsiasi obiettivo di inclusione tenendo le persone chiuse a fare cose tra di loro. Ho provato a riflettere sulla parola inclusione. Se non sbaglio, si dovrebbe invece prevedere un gruppo A e un gruppo B che vengono in contatto tra di loro costruendo qualcosa di omogeneo. Ma se il gruppo A sta a ponente e quello B a levante come si fa ?

Le azioni, i progetti.
Accomunano sempre per larga parte l’handicap su gambe. Quello su ruote è sempre o quasi troppo difficile se manca l’autospinta. E questa cosa mi fa arrabbiare tantissimo. I progetti sono sempre gli stessi: si dipinge, si guardano video di vario tipo, si sta in compagnia ( ?). Nei casi più fortunati si balla e si cucina. Siamo davvero avanti ! Sono rimasta disarmata. Ampi spazi, giardini, disegni alle pareti come quelli della scuola per l’infanzia, ma l’obiettivo mi è parso non solo lontano, bensì molte volte assente.

A discapito di realtà fortunatamente diverse e decisamente più vive e concrete, altri aspetti mi hanno buttato giù.

2) La relazione con l’esterno è praticamente nulla.
Sempre diversificando con i rari esempi di cooperative che hanno un risvolto concreto verso l’esterno e realmente contribuiscono ad un inserimento, l’handicap grave trova ancora tutti impreparati. Allora voglio dirlo apertamente e provocare: che si può far fare a uno con ritardo cognitivo grave che non può muoversi? Nessuno lo sa. Chi lo sa rinuncia perché costa di più in termini economici e professionali. E io mi arrabbio ancora di più. Esistono tecnologie di avanguardia che aiutano sul serio, ma è molto meno impegnativo prendere le tempere e far dipingere. Lo fanno i disabili, chi mai si permetterà di dire che quel lavoro fa pena? E io non ci sto un’altra volta. A meno che qualcuno non mi spieghi perché i disabili devono essere tutti buoni, tutti pittori, tutti amanti della musica.

3) Arrabbiata per la discriminazione: possibile che non si riesce a prevedere un vero approccio alla persona e a capirne i punti di forza?
Assegnare a questa un vero assistente specializzato che la includa, nei contesti che la persona richiede di frequentare o mostra di frequentare al meglio? Ma insomma, siccome i miei occhi vedono senza capire io mi fermo alla carrozzina spinta da qualcuno e alle competenze diverse dalle mie. Poi sentenzio: siccome io come tutti faccio così e lui no, lui è diverso quindi va a dipingere/ascoltare/passare tempo in un centro. Centro ? centro di che ?

4)Il desiderio: se le famiglie avessero l’assegno di cura avrebbero un portone spalancato alle opportunità. E nessuno più di noi ha voglia e capacità di individuare le vere opportunità, che sono ben distinte dai parcheggi. Se la professionalità non fosse acquisita per caso ma scelta a monte sarebbe più facile accedere ai servizi delle tecnologie. Se i mezzi pubblici, le strade, gli uffici fossero accessibili non sulla carta e in foto ma sul serio, tutti potremmo girare di più. Avete idea di quanti montascale stanno li per scena? Vi siete mai chiesti perché barriera equivale sempre a orrore ? Fior fiore di architetti e non si riesce ad avere uno scivolo decente!

5)La speranza: includere il mondo c.d. normodotato in quello della disabilità e non più il contrario.

6) La certezza: a mio giudizio non è rimasto che rovesciare il parametro di riconoscimento sociale.

Post polemico e arrabbiato. Ma è una presa in giro dire inclusione e fare discriminazione. Non voglio che questa sia l’unica opportunità. E non credo di essere l’unica .”

fonte: Fabiana Gianni – Il Fatto Quotidiano

 

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