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Terremoto, lo Sciame Sismico Emiliano: qualche considerazione

Insieme alle scosse di terremoto continuano anche, soprattutto sul web, le polemiche sulle cause di questi terremoti.
Ieri abbiamo pubblicato un post dal titolo “Cosa c’è sotto” che riprendeva il servizio di “OFF THE REPORT” sull’eventuale collegamento tra le attività di estrazione degli idrocarburi e i terremoti, oggi postiamo un articolo che cerca di fare chiarezza sulla naturale provenienza dello sciame sismico che ormai da più di due settimane è in atto in pianura padana.

Lo sciame sismico che sta colpendo la regione Emilia Romagna oltre ad aver mietuto vittime e provocato seri danni materiali ha messo in evidenza quanto sia impotente l’uomo davanti alle potenti forze della natura. La domanda che al momento molte persone si fanno è questa: come mai è venuto un terremoto in una zona a bassa pericolosità sismica? La pianura padana non è un’area sicura?

In questo articolo cercherò di chiarire quali sono i punti scuri, analizzando tutte le sfaccettature. In primis, la confusione che viene fatta fra pericolosità sismica e rischio sismico, non sono sinonimi. La pericolosità sismica, semplificando, è relativa alle possibili accelerazioni che il suolo sottoposto ad onda sismica può subire in una determinata area; più è alto il valore di pericolosità e più sarà elevata l’accelerazione del suolo. Il rischio sismico invece unisce la pericolosità sismica, la probabilità che un evento accada e i beni materiali che sono presenti in superficie. Un esempio banale è quello di un deserto ad elevata pericolosità sismica, quest’ultima sarà elevata ma il rischio al contrario sarà praticamente nullo perchè non vi sono beni presenti essendo il deserto disabitato.

Le carte di pericolosità sismica attribuiscono una pericolosità medio-bassa alle zone colpite dai recenti sismi, leggendo però le note allegate alle mappe si può notare come sia specificata la possibilità di eventi rari, ma con magnitudo elevata. Il problema in questione è quello dei tempi di ritorno.

Il grande problema dei terremoti, oltre al fatto che non si possono prevedere, è il tempo di ritorno degli stessi. Purtroppo le velocità dei movimenti della crosta terrestre non sono costanti e risulta quindi difficile stimare quando nella stessa area si ripresenterà un evento simile.

Nell’area in questione, la pianura modenese –  ferrarese, l’ultimo grande terremoto compare negli archivi storici alla fine del 1500 e questo vuol dire che l’area non è esente da sismi. Ma come mai in quest’area, così apparentemente tranquilla, si sono scatenati dei terremoti così potenti?

(Vai & Martini, 2001)

L’immagine sopra mostra uno schema tettonico dell’Appennino Settentrionale: nel riquadro rosso è racchiusa l’area dei recenti terremoti, mentre in quello giallo è racchiusa l’area del Reggiano – Parmense scenario dei terremoti di fine gennaio 2012.

Le linee nere con i triangolini rappresentano delle strutture geologiche chiamate accavallamenti, in inglese thrust. Le pieghe emiliane (Emilian folds) e le pieghe ferraresi (Ferrara folds) descrivono due archi sepolti sotto la pianura padana con convessità rivolta verso nord.

Questi archi non sono altro che il fronte della catena appenninica, sepolto sotto i sedimenti padani ma in costante deformazione. La spinta verso nord della placca Africana contro la placca Euroasiatica induce l’Appennino a infossarsi e deformarsi al di sotto della pianura padana e questo non fa altro che creare tensioni e accumuli di energia.

La situazione ferrarese inoltre è molto particolare, perchè queste pieghe sono molto vicine alla superficie e questo purtroppo è stato molto sfavorevole durante i recenti sismi: la scarsa profondità degli ipocentri ha fatto percepire le scosse in maniera molto forte.

L’immagine sotto mostra lo spaccato di una sezione ottenuta tramite sismica a riflessione nella zona delle pieghe ferraresi (linea Varignana – Ferrara) : le linee rosse sono faglie (thrust) e sotto al punto C’ c’è la struttura tettonica che ha generato i terremoti. Tutte queste faglie e accavallamenti testimoniano le grandi forze compressive che ci sono al di sotto della pianura padana.

Clicca sull’immagine per visualizzarla a dimensione intera

Un altro fenomeno che in questi giorni è sulla bocca di tutti perchè ha generato stupore è quello della liquefazione delle sabbie, con conseguente risalita delle stesse in superficie sotto forma di una fanghiglia.

Il fenomeno è molto comune quando si verificano terremoti molto forti in aree con terreni alluvionali saturi in acqua. La scossa sismica scuote il sedimento, creando una sovrapressione interna la quale comporta un cambiamento meccanico del materiale trasformandolo in un fluido e facendogli perdere le sue capacità di sostenere il peso sovrastante; ecco perchè le sabbie vengono espulse come fango.

Ma questo soffice materasso di sedimenti è in grado di attutire le onde sismiche? No, al contrario le amplifica. Quando un’onda sismica arriva a colpire uno strato sabbioso viene rallentata in termini di velocità, ma per compensazione energetica aumenta la sua ampiezza provocando un maggiore scuotimento del suolo. Un fenomeno simile è quello delle onde marine, avvicinandosi a costa rallentano, ma aumentano la propria altezza.

La scienza può e potrà fare ancora molto per aumentare le conoscenze sui terremoti, ma al momento l’unica cosa che ci può dare sicurezza è costruire con criterio, in Giappone e USA lo fanno da 40 anni e hanno terremoti ben più potenti.

FONTI UTILIZZATE DALL’AUTORE NELLA STESURA DELL’ARTICOLO:
– Vai G.B., Martini I.P., (2001), Anatomy of an Orogen – The appennines and adjacent Mediterraen Basins; Kluwer Academic Publishers;
–  ENI – AGIP Sezioni della pianura padana;
– Immagini dalla rete.

di Giulio Torri
Fonte: uni-meteo.com

Altri LINK d’interesse:
Origini geologiche dell’attuale crisi sismica >
Crisi sismica: risposta alle domande frequenti >

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