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Vent’anni dopo il potere della mafia non è diminuito… anzi!

“Se non sentiamo che quel tritolo che ha ucciso tante persone ha ucciso anche noi, allora la memoria diventa solo celebrazioni e retorica” (Libera contro le mafie)

Vent’anni fa moriva Giovanni Falcone. Poche settimane dopo, Paolo Borsellino. Cosa Nostra stava mettendo in ginocchio il Paese. Da allora molti boss sono stati arrestati. Ma il potere della Piovra non è diminuito. Anzi. Giovanni  Falcone  lavorava  con  perfetta  coscienza  che  la  forza  del  male,  la  mafia,  lo avrebbe  un  giorno  ucciso. Francesca  Morvillo  stava  accanto  al  suo  uomo  con  perfetta  coscienza  che  avrebbe condiviso  la  sua  sorte. Gli  uomini  della  scorta  proteggevano  Falcone  con  perfetta  coscienza  che  sarebbero stati  partecipi  della  sua  sorte. Non  poteva  ignorare,  e  non  ignorava,  Giovanni  Falcone,  l’estremo  pericolo  che correva, perché  troppe  vite  di  suoi  compagni  di  lavoro  e  di  suoi  amici  sono  state  stroncate sullo  stesso  percorso  che  egli  si  imponeva. Perché  non  è  fuggito,  perché  ha  accettato  questa  tremenda  situazione,  perché  non  si  è turbato,  perché  è  stato sempre  pronto  a  rispondere  a  chiunque  della  speranza  che  era in  lui?   Per  amore!

La  sua  vita  è  stata  un  atto d’amore  verso  questa  sua  città,  verso  questa  terra  che  lo  ha generato.   Perché  se  l’amore  è  soprattutto  ed  essenzialmente dare,  per  lui,  e  per  coloro che  gli  sono stati accanto  in  questa  meravigliosa avventura,  amare  Palermo  e  la  sua gente ha  avuto  e  ha  il  significato  di  dare  a  questa  terra  qualcosa,  tutto  ciò  che  era  ed  è possibile  dare  delle  nostre  forze  morali,  intellettuali  e  professionali  per rendere  migliore questa  città  e  la  patria  cui  appartiene. Qui  Falcone  cominciò  a  lavorare  in  modo  nuovo.  E  non  solo  nelle  tecniche  di  indagine. Ma  anche  consapevole  che  il  lavoro  dei  magistrati  e  degli  inquirenti  doveva  porsi  sulla stessa  lunghezza  d’onda  del  sentire  di  ognuno. La  lotta  alla  mafia (…) non  doveva  essere  soltanto  una  distaccata  opera  di  repressione, ma  un  movimento  culturale  e  morale,  anche religioso,  che  coinvolgesse  tutti,  che  tutti abituasse  a  sentire  la  bellezza  del  fresco  profumo  della  libertà  che  si  oppone  al  p u zz o del  compromesso  morale,  dell’indifferenza,  della  contiguità,  e  quindi  della  complicità. Ricordo  la  felicità  di  Falcone,  quando  in  un  breve  periodo  d’entusiasmo,  conseguente  ai dirompenti  successi  originati  dalle  dichiarazioni  di  Buscetta,  mi  disse: la  gente  fa  il  tifo per  noi.   E  con  ciò  non  intendeva  riferirsi  soltanto  al  conforto  che  l’appoggio  morale della  popolazione  dà  al  lavoro  del  giudice. Significava  soprattutto  che  il  nostro  lavoro,  il  suo  lavoro,  stava  anche  sommovendo  le coscienze,  rompendo  i  sentimenti  di  accettazione  della  convivenza  con  la  mafia,  che costituiscono  la  sua  vera  forza.

Questa  stagione  del  “tifo per noi”  sembrò  durare  poco,  perché  ben  presto  sopravvennero  il  fastidio  e  l’insofferenza  per  il  prezzo  che  la  lotta  alla  mafia,  la  lotta  al  male, costringeva  la  cittadinanza  a  pagare. Insofferenza  alle  scorte,  insofferenza  alle  sirene,  insofferenza  alle  indagini,  insofferenza  a  una  lotta d’amore  che  costava  però  a  ciascuno  non  certo  i  terribili  sacrifici  di  Falcone, ma  la  rinuncia  a  tanti  piccoli  o  grandi  vantaggi,  a  tante  piccole  o  grandi  comode  abitudini,  a  tante  minime  o  consistenti  situazioni  fondate  sull’indifferenza,  sull’omertà  o sulla  complicità.  Insofferenza  che  finì  per  provocare  e  ottenere,  purtroppo,  provvedimenti legislativi  che,  fondati  su  un’ubriacatura  di  garantismo,  ostacolarono  gravemente  la repressione  di  Cosa  nostra  e  fornirono  un  alibi  a  chi,  dolorosamente  o  colposamente,  di lotta  alla  mafia  non  ha  mai  voluto  occuparsi. In  questa  situazione  Falcone  andò  via  da   Palermo. Non  fuggì.   Tentò  di  ricreare  altrove,  da  più  vasta  prospettiva,  le  condizioni  ottimali  per  il  suo  lavoro.   Per  poter  continuare  a  dare.   Per  poter  continuare  ad  amare. Venne  accusato  di  essersi  avvicinato troppo  al  potere  politico.   Menzogna! Qualche  mese  di  lavoro  in  un  ministero  non  può  far  dimenticare  il  lavoro  di  dieci  anni.

E  Falcone  lavorò  incessantemente  per  rientrare  in  magistratura. Per  fare  il  magistrato, indipendente  come  lo  era  sempre  stato,  mentre  si  parlava  male  di lui,  con  vergogna  di  quelli  che  hanno  malignato  sulla  sua  buona  condotta. Muore,  e  tutti  si  accorgono  di  quali dimensione  ha  questa  perdita.  Anche  che  per  averlo denigrato,  ostacolato,  talora  odiato  e  perseguitato  hanno  perso  il  diritto  di  parlare. Nessuno  tuttavia  ha  perso  il  diritto, e  anzi  il  dovere  sacrosanto,  di  continuare  questa  lotta. Se  egli  è  morto  nella  carne,  è  vivo  nello  spirito,  come  la  fede  ci  insegna;  le  nostre coscienze,  se  non  si  sono  svegliate,  devono  svegliarsi! La  speranza  è  stata  vivificata  dal  suo  sacrificio,  dal  sacrificio  della  sua  donna,  dal Sacrificio  della  sua  scorta. Molti  cittadini,  è  vero, ed  è  la  prima  volta,  collaborano  con  la  giustizia  nelle  indagini concernenti  la  morte  di  Falcone .

Il potere  politico  trova,  incredibilmente,  il  coraggio  di  ammettere  i  suoi  sbagli  e  cerca  di correggerli,  almeno  in  parte,  restituendo  ai  magistrati  gli  strumenti  loro  tolti  con  stupidi pretesti  accademici.  Occorre  evitare  che  si  ritorni  di  nuovo  indietro,  occorre  dare  un  senso  alla  morte  di Giovanni,  alla  morte  della  dolcissima  Francesca,  alla  morte  dei  valorosi  uomini  della  sua  scorta.

Sono  morti  per  tutti  noi,  per  gli  ingiusti,  abbiamo  un  grande  debito  verso  di  loro  e  dobbiamo  pagarlo  gioiosamente,  continuando  la  loro  opera;   facendo  il  nostro  dovere,  rispettando  le  leggi,  anche  quelle  che  ci  impongono  sacrifici,  rifiutando  di  trarre  dal  sistema  mafioso  i  benefici  che  potremmo  trarre ( anche  gli  aiuti,  le  raccomandazioni, i  posti  di  lavoro);  collaborando  con  la  giustizia,  testimoniando  i  valori  in  cui  crediamo,  in  cui  dobbiamo  credere,  anche  dentro  le  aule  di  giustizia:  troncando  immediatamente  ogni  legame  di  interesse,  anche  quelli  che  ci  sembrano  più  innocui,  con  qualsiasi  persona  portatrice  di  interessi  mafiosi,  grossi  o  piccoli;  accettando  in  pieno  questa   gravosa  e  bellissima  eredità  di  spirito.  Dimostrando  a  noi  stessi  e  al  mondo  che  Falcone  è  vivo“.

Paolo Borsellino ebbe a pronunciare questo discorso il 23 giugno del 1992 nella chiesa di San Domenico in occasione del trigesimo (un mese dopo) la strage di Capaci. Sapeva anch’egli di essere nel mirino dei poteri del male. Sapeva di poter essere ucciso allo stesso modo. Ma non arretrò. Oggi è facile definire Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutti gli uomini dello Stato che sono morti per noi “nostri eroi e martiri civili”.

Quel che in realtà serve è far diventare questo discorso di Paolo Borsellino il testamento civile e spirituale di ogni persona. Lettera per lettera. E rifiutare così ogni privilegio, ogni raccomandazione, ogni lobby, ogni potere, ogni vantaggio. Falcone e Borsellino sono stati i miei eroi quando erano in vita ed io ero un giovane liceale.

Scelsi il giornalismo per questo rifiutando ogni compromesso e per questo ho pagato e pago un prezzo alto ma lo pago con gioia poichè tutto quello che faccio, che scrivo, che sogno è il frutto di quei valori per i quali Giovanni e Paolo e tanti altri hanno dato la vita, il sacrificio estremo. Ho rifiutato la politica per gli stessi motivi essendo il sistema politico italiano un sistema di corruzione, di privilegi, di raccomandazioni. Come i partiti politici, come l’università, le associazioni, le redazioni dei giornali, come la Rai, come ogni luogo dove le lobby agiscono.

Io ti saluto Giovanni, con il cuore, oggi, 23 maggio 2012, ancora gonfio di tristezza vent’anni dopo quella strage che ricordo nitida. E saluto Paolo che nei 57 giorni tra la tua morte e la sua morte si affrettò a capire ed incriminare quei poteri del male che ancora oggi sono in Italia e in ogni parte del mondo dove il bene della gratuità e dell’impegno civile fa la propria parte per arginare il male del protagonismo, dei privilegiati, dei politici corrotti, dei mafiosi, dei deliquenti, dei colletti bianchi insospettabili e parassiti, di chi sfrutta l’antimafia, l’anticamorra creando su di se e sulle proprie cose personaggi e privilegi inutili e dannosi.

La lotta al male, al crimine, al privilegio o è una lotta di tutti o non lo è e non sta mai sotto le luci di un riflettore.

Ti abbraccio Giovanni e abbraccio tutte le persone che sono morte nel nome della verità e della giustizia.

Francesco De Rosa

foto: Copyright Wrong (Ila) http://www.radiosiani.com/

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