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Lombardia: la regione approva la legge contro i negozi etnici

Disposizioni improntate all’insegna del razzismo e della discriminazione verso gli immigrati che lavorano in Lombardia

Il Consiglio Regionale della Lombardia ha approvato le nuove “Disposizioni in materia di artigianato e commercio“, improntate all’insegna del razzismo e della discriminazione verso gli immigrati. Si va dall’italiano obbligatorio per vendere bevande e alimenti, alla programmazione delle attività commerciali affidata ai Comuni, i quali saranno abilitati a limitare gli esercizi non reputati in linea con la “tradizione padana”. 

Si perché da ora in avanti per aprire un’attività in pieno centro, si dovrà passare per le mani del sindaco di turno e sperare che la trovi adatta allo spirito lombardo. Se non sarà così, la strada è sbarrata. Si tratta di disposizioni ideate dalla Lega Nord e votate anche dal Popolo della Libertà, che tengono sotto tiro tutti gli imprenditori stranieri intenzionati a investire sul territorio.

Da ora in avanti, agli immigrati desiderosi di aprire un’attività che preveda la somministrazione di alimenti e bevande non basterà neppure saper recitare a memoria I Promessi Sposi per dimostrare di parlare bene l’italiano.

Sarà, infatti, obbligatorio un certificato che attesti la frequenza del corso di italiano organizzato dallaCamera di Commercio. E senza quello, niente da fare. Non solo. Le nuove disposizioni stabiliscono che persino i nomi dei vari piatti tipici dovranno per forza essere tradotti in italiano, tranne che per i termini ormai conosciuti come kebab.

Pugno di ferro anche contro quei centri massaggi gestiti da orientali sorti in ogni dove. Da ora in poi, tutte le attività che comportano “prestazioni, trattamenti e manipolazioni sulla superficie del corpo umano, ivi compresi i massaggi estetici e rilassanti, finalizzate al benessere fisico, al miglioramento estetico della persona o alla cura del corpo priva di effetti terapeutici” sono assimilate all’attività di estetista, e quindi dovranno rispettare le stesse regole e garantire la presenza di personale con le adeguate qualifiche professionali. Se non si ha il diploma di estetista italiano o parificato, nulla, perché altre certificazioni non riconosciute non conteranno. E se in più qualsiasi esercizio dal sapore esotico dovrà essere “qualitativamente rapportabile ai caratteri storici, architettonici e urbanisti dei centri”.

Si tratta di un provvedimento che i promotori hanno battezzato “legge Harlem” perché ispiratosi alle gesta dell’ex sindaco di New York, Rudolph Giuliani, in uno dei quartieri più degradati e problematici della Grande Mela, ossia Harlem. “La nostra legge si propone di gestire l’immigrazione in maniera responsabile, evitando la formazione di ghetti e le implicazioni che ne derivano a livello di sicurezza e concorrenza sleale”, ha detto Massimiliano Orsatti, Lega Nord, relatore del progetto di legge.

Di tutt’altro avviso è invece Arianna Cavicchioli, del Partito Democratico, per la quale questa è una legge “discriminatoria” e “incostituzionale”. “Non tiene conto – spiega – dei provvedimenti nazionali: la manovra correttiva d’agosto del governo Berlusconi, i decreti Salva Italia e Crescitalia, poi convertiti in legge, e quello sulle semplificazioni. L’Assemblea ha votato un testo che si fermerà davanti alla Corte Costituzionale, perché contiene palesi motivi d’illegittimità”.

Fonte: E-IlMensile

 

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