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Riceviamo e con piacere pubblichiamo la seguente lettera inviata al nostro blog dal Dott. Gilberto Furlani, medico di base Guastallese e firmatario della raccolta firme per la campagna di sensibilizzazione sul problema diossina...

Uova alla diossina: il pensiero del Dott. Gilberto Furlani

Riceviamo e con piacere pubblichiamo la seguente lettera inviata al nostro blog dal Dott. Gilberto Furlani, medico di base Guastallese e firmatario della raccolta firme per la campagna di sensibilizzazione sul problema diossina.

Ringrazio dell’ospitalità il blog Guastalla a 5 stelle, che mi permette di esporre il mio pensiero su una questione importante.

E’ del mese scorso la notizia che l’Azienda Sanitaria di Mantova ha riscontrato livelli elevati di diossine in sei campioni di uova su nove analizzati. In tutti i casi si trattava di uova prodotte in allevamenti rurali e non industriali, espressione dunque di una contaminazione del terreno. Campioni positivi sono stati riscontrati anche a Viadana e Dosolo, quindi nelle immediate vicinanze del nostro territorio.

Tutto questo ha spinto i medici di famiglia di Guastalla ad avviare una campagna di sensibilizzazione al fine di fare chiarezza su tre punti.

  1. Anche il nostro territorio è contaminato?
  2. Nel caso affermatiuvo, di che entità è l’inquinamento?
  3. Quali ne sono le cause?

Debbo dire subito che i Sindaci hanno recepito immediatamente questa necessità e promuovendo fin da subito una serie di indagini volte a fare chiarezza.

Verranno analizzati quattrodici allevamenti rurali nei comuni del nostro distretto confinanti col manovano. Per ogni allevamento verranno analizzate dodici uova, tutte prodotte da galline di età superiore all’anno. In totale 168 uova.
A una prima analisi mi sembra una iniziativa molto attenta e certamente sufficiente per dare una risposta adeguata ai quesiti che abbiamo posto. Mi sento quindi in dovere di ringraziare apertamente i sindaci per la sensibilità che hanno manifestato.

Vorrei, al fine di fare chiarezza, fare presente una considerazione di ordine tecnico.
Alcune organizzazioni, intervenute nel dibattito, affermano nei loro documenti che la bassa reggiana sarebbe gravata da una incidenza di tumori maligni superiore alla media provinciale.

A questo proposito vorrei dare alcune nozioni tecniche.

  • La provincia di Reggio Emilia ha una incidenza di tumori del tutto sovrapponibile a quella nazionale ed europea. A ben guardare da noi c’è una incidenza leggermente inferiore dei tumori nei maschi e una leggermente superiore nelle femmine, rispetto alla media nazionale.
    Questo per due ragioni fondamentali.

    • Prima ragione: la nostra popolazione invecchia di più della media nazionale e i tumori negli anziani sono molto più frequenti.
    • Seconda ragione: la nostra provincia fa molti screening a tappeto (soprattutto per i tumori femminili della mammella e dell’utero). Questo comporta una anticipazione diagnostica. Noi cioè scopriamo in fase precoce tumori che sponbtaneamente si rivelerebbero più avanti nel tempo. Questa anticipazione diagnostica è importantissima perchè salva la vita delle persone, ma “falsifica” i dati. Cioè risultano presenti più tumori di quelle province che non fanno screening. Questo naturalmente se ci limitiamo a un periodo relativamente breve. Ma il registro dei tumori da cui traiamo questi dati, copre appunto un periodo ancora relativamente breve.
  • All’interno della Provincia di Reggio Emilia non esistono aree di maggiore o minore incidenza complessiva di tumori maligni.

Il mio invito è quindi di restare in attesa dei risultati della analisi che sono state avviate senza nessuna forma di allarmismo, ma con l’atteggiamento vigile e attento proprio di cittadini consapevoli, che vogliono partecipare alle decisioni che li riguardano.

Dott. Gilberto Furlani

16 commenti

  1. Brescia: aumentano i tumori infantili del 8% rispetto all’anno precedente
    autore: Dott. Celestino Panizza fonte: Chiariambiente

    Caro direttore, sulla stampa locale è stata data evidenza all’incremento a Brescia dei tumori infantili del 8% rispetto all’anno precedente. Il dato è di per sé preoccupante ed è particolarmente drammatico se confrontato con l’aumento medio annuale che si registra a livello nazionale.

    In Italia, i tassi di incidenza per tutti i tumori nel loro complesso sono mediamente aumentati del 2% all’anno, passando da 146.9 nuovi casi all’anno (ogni milione di bambini) nel periodo 1988-92 a ben 176 nuovi malati nel periodo 1998-2002.

    Ciò significa che in media, nell’ultimo quinquennio, in ogni milione di bambini in Italia ci sono stati 30 nuovi casi in più. La crescita è statisticamente significativa per tutti i gruppi di età e per entrambi i sessi. In particolare tra i bambini sotto l’anno di età l’incremento è addirittura del 3.2% annuo.

    Tali tassi di incidenza in Italia sono nettamente più elevati di quelli riscontrati in Germania (141 casi 1987-2004), Francia (138 casi 1990-98), Svizzera (141 casi 1995-2004). Il cambiamento percentuale annuo risulta più alto nel nostro paese che in Europa sia per tutti i tumori (+2% vs 1.1%), che per la maggior parte delle principali tipologie di tumore; addirittura per i linfomi l’incremento è del 4.6% annuo vs un incremento in Europa dello 0.9%, per le leucemie dell’ 1.6% vs un + 0.6% e così via.

    Il dato riferito per Brescia dovrebbe far sobbalzare l’opinione pubblica e richiedere un intervento immediato delle Autorità politiche e sanitarie in primo luogo dell’ASL ed in caso di smentite questi dovrebbero fornire in proposito dati puntuali e dettagliati. Come ho in più occasioni sollevato pubblicamente, Brescia è in una situazione di inquinamento ambientale preoccupante e non basta affidarsi alle cure dei danni prodotti ma pensare a interventi di Prevenzione Primaria, ovvero alla tutela della Salute Pubblica attraverso la riduzione della esposizione (ambientale, professionale ed in qualsivoglia altra forma) a sostanze tossiche cancerogene o comunque nocive per la salute umana.

    Non è vero che le cause ambientali sono solo ipotesi. Infatti sempre maggiori sono le evidenze di associazioni tra esposizioni ambientali ad inquinanti alla nascita (o ancor prima) e l’insorgenza di malattie neurologiche, respiratorie e di come sia cruciale il momento dello sviluppo fetale non solo per il rischio di cancro, ma per condizionare quello che sarà lo stato di salute complessivo nella vita adulta. Nello scorso ottobre anche la Società Italiana di Pediatria riconosceva che è un “dato che emerge da centinaia di studi scientifici” che la diffusione in ambiente di molecole in grado di interferire pesantemente sull’embrione, del feto e del bambino possono produrre danni gravissimi.

    A Brescia si deve prendere consapevolezza che è necessario pensare che ogni progetto che si mette in campo: dalla gestione del territorio, all’uso dell’energia, al traffico, alla salvaguardia delle fonti di approvvigionamento dell’acqua che beviamo e dell’aria che respiriamo deve prevedere obiettivi di riduzione dell’inquinamento perché i dati che ormai sono evidenti e convergenti rappresentano una situazione che è ormai sotto gli occhi di tutti.

    Dott. Celestino Panizza

    Associazione Medici per l’Ambiente (ISDE Italia)

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  2. Holly, quello autentico!

    La faccia ce l’ho messa in passato fin troppo, confido in chi ha le pile più cariche delle mie e in chi ha una posizione in politica che io non ho. Non voglio schierarmi per nessun partito, non voglio raccogliere più firme per nessuno, perché alla fine per mia esperienza personale, tutto finisce nelle mani di chi mette tutto a tacere. Ho ottimi motivi per non espormi, non per paura o vigliaccheria, ma proprio perché ho esaurito la fiducia negli altri. Mi limito a dire ciò che penso.

  3. Holly, quello autentico!

    Comunicato Stampa n. 17

    Un nuovo business per la Sadepan Chimica
    Dal 1 luglio, il polo chimico del Gruppo Mauro Saviola ha acquisito la produzione e commercializzazione dei concimi azotati a lento rilascio della Bakelite Italia SpA

    La Bakelite Italia SpA, nell’ambito di una migliore organizzazione e razionalizzazione della Società, ha deciso di concentrare i propri mezzi finanziari e produttivi nelle attività considerate “core business” dal Gruppo Bakelite ( resine fenoliche e masse termoindurenti). A tal riguardo, Bakelite Italia SpA ha deciso di cedere la produzione e commercializzazione dei concimi azotati a lento rilascio ( urea-formaldeide )commercializzati con il marchio Sirflor alla Sadepan Chimica Srl, del Gruppo Mauro Saviola, dal 1 Luglio 2004.
    Sadepan Chimica Srl, nota per essere tra le più importanti Società produttrici di resine ureiche e melaminiche a livello europeo, con l’acquisizione di tale business da Bakelite Italia SpA ha voluto consolidare la propria posizione a livello mondiale nel settore dei concimi azotati a lenta cessione ( urea-formaldeide ). La visibilità che Sadepan Chimica Srl si è presa a livello mondiale nel settore dei concimi azotati a lento rilascio negli ultimi anni, deriva dalla specialistica ed innovativa produzione che è in grado di offrire, sia con prodotti liquidi che solidi. In particolare Sadepan Chimica Srl è riuscita a coniugare nel migliore dei modi il rapporto qualità / costi di produzione, grazie agli innovativi processi produttivi brevettati, ed alle sinergie che si sono potute creare all’interno del Gruppo Mauro Saviola. Con tale acquisizione Sadepan Chimica Srl ha potuto incrementare e perfezionare la propria peculiare e specialistica offerta di concimi a lento rilascio, usufruendo della tecnologia e know-how che Bakelite Italia SpA aveva consolidato negli anni. Nel contempo si sono creati tutti i presupposti per poter soddisfare più ampi segmenti di mercato.
    Sadepan Chimica Srl è quindi in grado di poter offrire una gamma completa di concimi a lento rilascio ( urea-formladeide ) per soddisfare tutte le esigenze del mercato e per poter servire nel modo migliore e personalizzato la Rete Distributiva, grazie ai marchi Sazolene e Sirflor.

    Viadana, 5 luglio 2004
    Ufficio Stampa

  4. Holly, quello autentico!

    INTERPELLANZA SULLA PRESENZA DI IMPIANTI
    CHIMICI NEL TERRITORIO DI VIADANA
    (MANTOVA)

    (2-00126) (25 gennaio 2002)

    DONATI. – Ai Ministri dell’ambiente e per la tutela del territorio, della salute e delle attività produttive. – Premesso:

    che i comuni di Viadana e Pomponesco ospitano alcune aziende specializzate nella produzione di formaldeide e pannello truciolare facenti capo a due gruppi industriali (Gruppo Mauro Saviola e Gruppo Frati) le cui dimensioni costituiscono oramai un vero polo chimico di carattere nazionale;
    che la sensibilità della popolazione di questi comuni nei confronti dell’industria chimica, così come nel resto dell’Europa, è cresciuta nel tempo, manifestandosi in una preoccupazione diffusa che non ha ancora ottenuto adeguate risposte dalle pubbliche amministrazioni deputate al controllo delle attività inquinanti;
    che tale preoccupazione invece di essere affrontata tramite un aperto e trasparente confronto pubblico ha provocato reazioni da parte della direzione del Gruppo Saviola che sono sfociate in sistematiche azioni giudiziarie nei confronti di alcuni cittadini che avevano posto il problema;
    che gli Enti locali non sembrano attrezzati per gestire efficacemente e governare la presenza di queste industrie in modo da ridurne l’impatto ambientale;
    che gli organi di controllo – ARPA e ASL – devono ancora essere dotati delle competenze tecniche, dell’organico, della strumentazione e delle tecnologie necessarie per svolgere efficacemente i compiti a loro spettanti;
    che il territorio in oggetto è tuttora sprovvisto di una efficace protezione civile facente perno su una struttura professionale in grado di intervenire rapidamente in caso di incidente rilevante;
    che gli stabilimenti del Gruppo Saviola, a ridosso dei centri abitati di Viadana e Cogozzo, costituiscono una anomalia che deve trovare una soluzione quanto mai urgente ed opportuna;
    che gli incrementi produttivi degli ultimi anni hanno comportato un aumento proporzionale dei trasporti di sostanze pericolose, coinvolti con conseguenti incidenti in una rete viaria deficitaria;
    che l’ultima licenza concessa al Gruppo Sadepan per la produzione di fertilizzanti azotati e paraffina è stata subordinata dalla ASL ad una indagine ambientale,
    si chiede di sapere:
    se i Ministri in indirizzo non ritengano urgente attivarsi al fine di svolgere un’indagine ambientale nella zona, prendendo in esame anche l’ipotesi di delocalizzazione della Sadepan e della Sia;
    se non ritengano urgente attivarsi per costituire un comitato scientifico di sostegno all’indagine ambientale formato da tecnici qualificati scelti, di concerto con i cittadini, in rappresentanza di tutti i singoli soggetti interessati;
    se non ritengano urgente attivarsi, di concerto con tutte le parti, al fine di dare risposta positiva alla richiesta di insediare a Viadana una caserma dei Vigili del Fuoco;
    se non ritengano urgente attivarsi, di concerto con le parti interessate, al fine di individuare i percorsi più idonei per i trasporti pericolosi riducendo i rischi di incidenti;
    se non ritengano opportuno attivarsi per attuare un confronto aperto e sereno tra il Gruppo interessato, la popolazione e le Amministrazioni anche al fine di porre termine alle azioni giudiziarie intentate contro i cittadini che hanno pubblicamente denunciato i fatti di cui alle premesse.

  5. Holly, quello autentico!

    Ruralpini>Attualita’>Commenti>Fabbriche zootecniche
    [Industrie zootecnico-chimico-energetiche]

    La Regione Lombardia invece che incentivare la soluzione dei problemi di sostenibilità della zootecnia industriale la spinge a investire nelle pseudo-soluzioni tecnologiche … e a trasformare sempre di più le aziende zootecniche in impianti industriali

    Per evitare di riportare la produzione zootecnica in equilibrio ecologico e “bypassare” la Direttiva Nitrati gli allevamenti lombardi “maxi” si trasformano in fabbriche di concimi chimici investendo (con il sostegno della regione che paga gli interessi e i costi di garanzia) in costosi impianti che – oltretutto – richiedono molta energia

    Lo schema qui riportato è tratto dal manuale dell’ERSAF (Ente regionale per i servizi agricoli e forestali) della Lombardia su: “NITRATI come gestirli”

    (www.ersaf.lombardia.it/Upload/NITRATI/02_07_tecniche.html)

    Il problema della gestione dei nitrati è divenuto scottante in relazione alla procedura di infrazione aperta contro l’Italia per la mancata applicazione della relativa DIRETTIVA. Negli ultimi anni il governo centrale e quelli delle regioni hanno dovuto adottare una serie di provvedimenti per evitare lo spauracchio di una messa in mora che avrebbe comportato il mancato trasferimento degli ingenti fondi comunitari a sostegno dell’agricoltura. Tanto per cominciare nel 2006 sono state adottate dal governo centrale delle norme di applicazione che portavano a 83 kg di azoto la quantità “legale” prodotta da una vacca da latte. In Lombardia e altrove ai fini della quantità di liquami spandibile sui terreni si calcolava una produzione di azoto di 50 kg assolutamente ridicola in quanto fa a dati di 30 anni fa quando le vacche erano ben lungi dal produrre (e conseguentemente mangiare, defecare e orinare) quanto oggi. Ma faceva comodo.

    Anche gli 83 kg sono peraltro un “trucchetto” derivante dal fatto che si è calcolata una “media nazionale” di un parco vacche che va dalla Frisona/Holstein cremonese da 12 t di latte all’anno alla Valdostana che non arriva a 3, per non parlare della Modicana, della Reggiana, della Rendena, vacche che non solo producono la metà (spesso meno) della Holstein ma sono anche molto più piccole.
    Restava comunque il nodo delle “aree vulnerabili” e di alcune deroghe. Il nodo è stato sciolto accettando che il 57% della pianura lombarda venisse marchiato quale “vulnerabile all’inquinamento da nitrati”, introducendo, sempre in Lombardia, lo stop di 90 giorni (in inverno) allo spargimento dei liquami ecc. A luglio 2008 la procedura di infrazione è strata interrotta. Adesso, però, la zootecnia industrializzata lombarda deve confrontarsi con questa “vulnerabilità” che impone di ridurre la quantità di azoto utilizzata per le concimazioni a soli 170 kg/ha. Una calamità per allevamenti che hanno carichi di bestiame stratosferici legati alla fortissima produttività del mais (soprattutto quello prodotto come insilato integrale di piante allo stadio di maturazione cerosa delle cariossidi). Rispetto alle foraggere tradizionali l’insilato di mais consente di produrre 2,5 volte tante unità foraggere per ettaro di superficie coltivata. Ha però un difetto: è gravemente carente di proteine. Ma ci pensa il sistema agroindustriale globalizzato. Le stesse multinazionali che producono semi e diserbanti per il mais sono fortemente implicate nella coltivazione della soia, il prodotto con la maggiore concentrazione di proteine. Per loro è la coppia perfetta: mais in Padania, soia OGM in Brasile dove c’era la foresta pluviale. Così in Italia si importa una valanga di soia (OGM per la gran parte).

    L’immissione di questo input di azoto dall’esterno del sistema agrario comporta, però, un evidente problema di sovraccarico di azoto. Dal momento che l’efficienza azotata delle produzioni zootecniche è pari al 20-30% ciò significa che il saldo tra quello che entra nel sistema (azienda e comprensorio agricolo omogeneo) è molto di più di quello che esce. E dove finisce questo surplus? Nel terreno dove si può accumulare determinando l’eutrofizzazione dello stesse, nelle acque e nell’aria (come ammoniaca e biossido di azoto gas responsabili il primo dell’acidificazione del terreno di ambienti vulnerabili e di acque, dell’effetto serra il secondo). Sinora si è puntato il dito sui nitrati che compromettono la potabilità e potenzialmente pericolosi per la salute umana ma gli altri impatti da surplus azotato non sono da meno.

    In questa situazione la Regione Lombardia (quella decisamente più interessata al problema) ha deciso di sostenere le “soluzioni tecnologiche e impiantistiche). Quella dello schema riportato è solo una di esse. Consente l’abbattimento del 50% dell’azoto (nessuno fa miracoli!) e la produzione di CONCIMI CHIMICI. Ci si trova comunque con una bella quantità di materiale liquido (da impiegare necessariamente in azienda) e palabile (trasportabile). La quantità di energia richiesta è notevole sia come energia meccanica (per la fase preliminare di separazione liquido-solido, peraltro comune ad altre soluzioni tecnologiche) che come calore necessario alla evaporazione dell’ammonoiaca condensata e intrappolata dall’acido solforico nelle appositi torri.

    Come si vede la “lungimiranza” delle soluzioni ingegneristiche si spinge anche a prevedere impianti per l’abbattimento del fosforo (che per il momento non è ancora oggetto di normative stringenti come l’azoto).
    A parte le considerazioni energetiche e sulla produzione di gas serra di tutto questo “giro” che comincia con l’azoto molecolare atmosferico fissato dalle radici della soia coltivata in Brasile (o Usa) e torna nei cieli padani dopo aver consumato un bel po’ di energia per i trasposti e gli impianti di “abbattimento dell’azoto” ci chiediamo e dopo aver pensato al fosforo vi rendere conto che c’è il problema dei metalli pesanti che dai mangimi si accumulano nel terreno, e quelli già citati dell’ammoniaca e del biossido d’azoto, dei fiumi di pesticidi che in are spesso di elevata vulnerabilità del suolo e di elevata vulnerabilità idrogeologica degli acquiferi si traducono in un massivo inquinamento delle acque (vedi nostro commento).

    Peccato che, da una parte, lo stesso ERSAF e l’ARPA (agenzia regionale per la protezione dell’ambiente), l’Università si affannino a studiare il problema degli inquinamenti indotti dalla zootecnia industriale e a mettere in guardia dai rischi che ne derivano mentre, dall’altra, la DG Agricoltura supportata dall’ERSAF e dall’Università caldeggino soluzioni antiecologiche ed in puro stile produttivistico ed ingegneristico.

  6. Holly, quello autentico!

    Sos bambini di Emiliano Fittipaldi

    Crescono del 2 per cento l’anno le neoplasie infantili in Italia. Con picchi spaventosi in prossimità di aree industriali o inquinate. Colpa di smog e pesticidi. E della contaminazione della catena alimentare

    Nelle Marche tra il 1988 e il 1992 il Registro tumori ha segnalato 93 bambini malati. Dieci anni dopo, sono diventati 171. Un raddoppio secco. A Parma i casi sono passati da 27 a 53. A Sassari, nello stesso arco di tempo, gli under 14 ammalati di tumore sono triplicati. Il bollettino è agghiacciante, la fonte autorevole: i numeri che nessuno vorrebbe leggere li sciorina il rapporto Airtum 2008, il primo del suo genere, cofirmato dal Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie, dall’Associazione di ematologia e oncologia pediatrica e dall’Istituto superiore di sanità. Lo studio evidenzia che nel nostro Paese, tra il 1988 e il 2002, c’è stato un aumento medio dei tumori infantili del 2 per cento l’anno. I tumori sono bastardi, nessuno sa esattamente quale sia la causa. Per ogni cancro ci sono diversi fattori di rischio possibili, e tutti lavorano insieme ad avvelenare l’organismo. Così davanti al trend gli epidemiologi intervistati invitano a non trarre conclusioni affrettate, ma quasi nessuno nega che tra i maggiori sospettati ci siano l’inquinamento, i pesticidi e la contaminazione della catena alimentare. Basta pensare alla diossina che, attraverso le carni, il latte e l’acqua, arriva direttamente sulle tavole: se da giorni l’Europa dà la caccia ai maiali e bovini irlandesi avvelenati, nei mesi scorsi la sostanza cancerogena ha già compromesso interi greggi di pecore che pascolavano a ridosso dell’Ilva di Taranto e migliaia di bufale vicino Caserta.

    Il dottor Gianfranco Scoppa il rapporto sui tumori infantili non l’ha letto. Ma la sua percezione sull’andamento delle malattie è addirittura peggiore dei dati pubblicati dall’Airtum. Il radioterapista, ex oncologo del Pascale, oggi dirige l’Aktis di Marano, uno dei più grandi centri di radioterapia della Campania. “Crescono sarcomi, linfomi, leucemie. Vedo entrare troppi bambini, stiamo diventando una struttura pediatrica”, spiega. A 800 chilometri di distanza, a Mantova, pochi giorni fa uno studio di una società privata ha messo in allarme la città e la vicina Cremona: nelle due province la frequenza di leucemie infantili sarebbe rispettivamente 20 e dieci volte superiore a quella registrata mediamente in Lombardia. “I numeri sono abnormi, credo abbiano confuso i singoli casi con il numero, più alto, dei ricoveri”, spiega Paolo Ricci, epidemiologo dell’Asl mantovana. “Ma in provincia un dato da approfondire c’è davvero”. A Castiglione delle Stiviere, meno di 20 mila abitanti, negli ultimi anni sono stati accertati sette casi di leucemie infantili. “Un fatto anomalo, l’incidenza è rilevante. Ricordiamoci che si tratta della zona più industrializzata della provincia, un distretto dove la mortalità rincorre quella di Brescia”. Anche a Lentini, in Sicilia, i bambini si ammalano con frequenza eccessiva: i tassi del periodo 1999-2003 del registro territoriale di patologia segnano una media dieci volte superiore rispetto a quella della provincia di Siracusa. Picchi anomali che hanno convinto la Procura ad aprire un’indagine per tentare di capirne le origini.

    Di sicuro in Italia il trend è anomalo rispetto al resto dei paesi industrializzati: doppio rispetto a quello europeo, addirittura cinque volte più alto rispetto ai tassi americani. Molti si affrettano a spiegare la tendenza con la diagnosi precoce e le nuove tecniche che permettono di cercare le malattie con strumenti più raffinati rispetto al passato. Ma la risposta, per gli esperti più attenti, è insoddisfacente: equivarrebbe a sostenere che tedeschi, francesi e svizzeri (dove l’incidenza è più bassa) sarebbero meno bravi di noi a individuare il male. Non solo: l’incremento è troppo rilevante. Entrando nello specifico, se nel Vecchio Continente i linfomi infantili aumentano con una media dello 0,9 per cento annuo, in Italia la percentuale sale al 4,6 per cento. Anche le leucemie viaggiano a tasso quasi triplo, mentre i tumori del sistema nervoso centrale crescono del 2 per cento, contro la riduzione dello 0,1 registrata in Usa.

    “I dati dei nostri registri trovano un utile complemento in quelli raccolti da registri ospedalieri e di mortalità”, commenta secco Corrado Magnani del Centro di prevenzione oncologica del Piemonte: “I risultati concordano con le indicazioni di tassi di incidenza relativamente elevati nel panorama internazionale e indicano un incremento statisticamente significativo dell’incidenza”.
    In Italia ogni anno si ammalano circa 1.500 bambini e 800 adolescenti dai 15 ai 19 anni. Soprattutto di leucemia (un terzo del totale), linfomi, neuroblastomi, sarcomi dei tessuti molli, tumori ossei e renali. I numeri assoluti sono bassi, e fortunatamente i tassi di mortalità diminuiscono grazie all’efficacia delle cure. L’incidenza, però, sembra destinata a crescere. “Per i bambini le previsioni non sono rosee”, dice l’Airtum: “Le stime, calcolate utilizzando le informazioni raccolte nelle aree coperte dai registri e i dati di popolazione Istat, indicano che ci sarà un aumento dei casi”. Se la tendenza resterà costante, nel periodo 2011-2015 si ammalerà il 18 per cento di under 14 in più rispetto al quinquennio 2001-2005. Il fenomeno riguarda sia il Nord che il Sud. Gli epidemiologi hanno preso in considerazione solo i registri che rilevavano i tre periodi presi in esame: quello che va dal 1988 al 1992, il periodo 1993-1997 e quello 1998-2002. A Sassari i bimbi ammalati passano da 12 a 40, a Napoli da 33 a 114. A Latina si passa da 38 a 52, a Modena, Parma, Ferrara e Reggio Emilia stesso rialzo, il registro della Romagna ha raddoppiato i suoi iscritti. Identico trend per l’Alto Adige, mentre l’aumento è meno preoccupante per il Friuli. In Liguria e in Piemonte, che può vantare il registro più antico, l’incidenza è invece stabile, come a Salerno e Ragusa.

    Ma cosa sta succedendo? I medici dell’ambiente dell’Isde non hanno dubbi, e considerano l’aumento delle neoplasie dei bambini un indicatore assai preoccupante. Puntano il dito sull’inquinamento selvaggio, sui danni provocati dai rifiuti tossici e dall’uso dissennato di sostanze nocive in agricoltura e nella produzione dei beni di massa. Gli epidemiologi puri – in mancanza di evidenze dimostrate da studi scientifici definitivi – sono tradizionalmente più cauti su cause e fattori di rischio. Stavolta, però, anche loro non escludono che l’inquinamento ambientale e lo stile di vita di bambini e genitori possano avere responsabilità rilevanti sul fenomeno. Benedetto Terracini è uno dei luminari dell’epidemiologia dei tumori, e da qualche settimana ha iniziato un carteggio con alcuni colleghi per cercare di dare un’interpretazione al rapporto, insieme a indicazioni operative per possibili misure di salute pubblica. “Non si può affermare con certezza che l’aumento sia dovuto all’inquinamento”, chiosa, “ma è plausibile che influiscano fattori esterni a quelli genetici: sono decenni che sappiamo che le frequenze tumorali sono correlate all’ambiente. I cinesi che emigrarono in Usa si ammalano oggi esattamente quanto e come gli americani, proprio come accade ai pugliesi a Milano e agli italiani partiti per l’Australia. Il lavoro dell’Airtum è il massimo che si può fare in termini statistici, ma ora bisogna agire”. Terracini dubita che in tempi brevi gli scienziati potranno dimostrare definitivamente il coinvolgimento di fattori legati all’inquinamento. “Ma anche se non si può dire che benzene e smog fanno venire il cancro agli under 14, si possono applicare rapidamente politiche precauzionali: non servono certo altri studi per sostenere che vivere vicino a una strada a grande traffico non fa bene alla salute. Bisogna difendere i bambini a priori, senza fare allarmismo usando un tema delicatissimo come le neoplasie infantili”.

    Se i ‘ragionevoli dubbi’ sul rapporto tra inquinanti e tumori non sono ancora diventati legge scientifica, serpeggiano con sempre maggior insistenza nelle conclusioni di autorevoli ricerche internazionali. Nel 2005 un report dell’ateneo di Birmingham ha evidenziato che i piccoli che abitano nel raggio di un chilometro da uno snodo di traffico ‘importante’ hanno un rischio 12 volte più alto di ammalarsi, mentre due anni fa ricercatori delle università di Milano e Padova mostrarono un legame tra inquinamento da diossina prodotto da inceneritori per rifiuti industriali e urbani e l’insorgenza di sarcomi nella provincia di Venezia. Anche a Mantova un rapporto dell’Asl (che a breve verrà pubblicato dall’Istituto superiore di sanità) ha ufficializzato un nesso tra sarcomi dei tessuti molli e le sostanze diossino-simili osservate intorno al polo industriale di Mantova, dove insistono il petrolchimico dell’Enichem, le Cartiere Burgo, tre centrali termoelettriche, tre discariche per rifiuti tossici e un inceneritore per rifiuti industriali e sanitari. Basata sul contributo di esperti di rilievo come Pieralberto Bertazzi, Pietro Comba, Paolo Crosignani e il compianto Lorenzo Tomatis, la ricerca spiega che il rischio più alto che ha la popolazione residente vicino all’area industriale di ammalarsi (bambini compresi) è legata probabilmente non solo alla diossina e ai Pcb, ma anche ad altri inquinanti: “Sempre comunque di origine industriale”. Altre analisi hanno evidenziato i nessi tra leucemie e campi magnetici. La faccenda è molto discussa, ma a tutt’oggi, spiega Magnani, “il dato scientifico non è stato ancora confutato”.

    Se il rapporto Airtum ha avuto scarsa pubblicità, gli scienziati non mancano di mettere insieme le indicazioni che arrivano da questi studi scientifici con le cifre delle neoplasie infantili in Italia. E non nascondono la loro preoccupazione. Tutti, dal decano Terracini a Franco Berrino dell’Istituto dei tumori di Milano, concordano sul fatto che occorre studiare le sostanze sospettate sia sul piano epidemiologico (ovvero andare a vedere come e quando si correlano agli aumenti di incidenza), sia su quello tossicologico e genetico, per capire in che modo possono indurre il male. All’indomani del rapporto Airtum, qualcuno si spinge anche più in là, e comincia a comporre il puzzle. Come Gemma Gatta, ricercatrice all’Istituto dei tumori di Milano: “L’aumento generale c’è di certo. E i fattori di rischio sono numerosi: radiazioni, farmaci antinfiammatori usati in passato in Europa, ormoni per l’interruzione della gravidanza. Poi, il consumo di tabacco e alcol da parte della madre in gravidanza, il traffico veicolare, le infezioni e la professione dei genitori”. In particolare, l’esperta sottolinea il rischio di chi vive parte della giornata a stretto contatto con sostanze cancerogene come benzene e pesticidi. Ma non è tutto. “Negli ultimi anni le madri allattano meno al seno, fumano di più, i giovani si alimentano peggio: bisognerebbe, anche in assenza di studi definitivi, modificare stili di vita insalubri”, chiosa la studiosa. Pure Luigia Miligi, dell’Istituto per lo studio e la prevenzione oncologica della Toscana, è cauta su cause e concause, e preferisce andare al sodo. “Ho mandato delle mail ai colleghi mettendo l’accento sulla gestione del rischio.

    Ci sono cose che possono essere fatte subito, quasi a costo zero. Si potrebbe diminuire l’inquinamento indoor delle scuole evitando l’uso di detersivi con solventi aromatici, ed eliminando i materiali che rilasciano formaldeide”. Anche il controllo dei residui antiparassitari in agricoltura, dice la Miligi, dovrebbe essere sistematico: il principio di precauzione e il diritto alla salute deve essere prioritario rispetto a qualsiasi altro interesse. “Ma gli allarmi devono essere gestiti bene. Tre anni fa a Firenze ci fu un picco di leucemie in una scuola materna: le istituzioni si mossero all’unisono, in silenzio, per garantire la sicurezza dei piccoli. Analizzammo ogni rischio, misurammo persino l’eventuale presenza di radon, un gas radioattivo. Non trovammo nulla: a volte certi fenomeni sono del tutto casuali”.
    http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Sos-bambini/2052441//0

  7. Holly, quello autentico!

    Chi è causa del suo mal pianga sé stesso. Lungi dal voler calunniare alcuno, ritengo necessario però che chi si preoccupa della cosa pubblica non si limiti ad applaudire un medico e ciò che dice in nome dell’amicizia e stima che prova per lui, ma che approfondisca le informazioni, che sul web abbondano e che sono state oggetto di diversi articoli sull’Espresso, che riguardano la salute pubblica in questo territorio. Se poi il tempo non lo si ha, e si aspetta l’imboccata e poi quando arriva l’imboccata si preferisce negare l’evidenza, per prudenza, per pudore, per cortesia, beh allora scusate, meglio che continuiate a delegare, come hanno fatto tanti altri prima di voi. Per rompere gli schemi ed andare oltre non ci si ferma dinnanzi a chi ci sta simpatico, anche a Reggio Calabria ci sono molti ndraghetisti simpatici, ottime persone da frequentare, e molti ndranghetisti che neppure si rendono conto fino in fondo di essere complici di un sistema assassino. Per appurare la verità bisogna applicarsi, studiarsi a fondo le carte, indagare dove e come è possibile, e farlo con coraggio. Non sto chiedendo a nessuno di beccarsi querele per calunnia, ma di avere le palle per saper distinguere con fermezza la verità dalla banalità ed ovvietà del male.

    • Marco Dallai

      Io non dico che tu abbia torto, anzi per certi versi la penso proprio come te (però non sulle critiche a mio avviso gratuite al Dott. Furlani).
      Però mi dà molto fastidio il fatto che tu persista a nasconderti dietro ad un nickname.

      Ci accusi di delegare… ma tu cosa stai facendo?
      Non è necessario “occuparsi della cosa pubblica” per denunciare, e rubando un tuo concetto, “basta aver le palle” e la voglia di costituire un comitato sul tema preposto.
      Basta raccogliere firme e METTERCI LA FACCIA, cosa che tu non fai nemmeno con il tuo nome e cognome.

      E si dà il fatto che alcuni medici la loro faccia l’abbiano messa… a differenza di molti altri che invece continuano a tenerla sotto la sabbia…

      E credimi, nessuno di noi tralascerà quest’argomento.

  8. Trovo avventate le accuse al dott. Furlani, il quale, con l’impegno suo e di altri medici che coraggiosamente ci metton la faccia, dimostra anzi di volere la verità sulla situazione del nostro territorio!

    PS:…Tengo a precisare che i commenti firmati “Holly…” non sono riconducibili a me… che mi firmo Olly.

  9. Marco Dallai

    Come ormai abitualmente succede… ancora una volta abbiamo il solito commentatore che ne ha per tutti e tutto, ma non ha il coraggio di mettere nome e cognome.

    Io rispetto la tua opinione e spero sinceramente che quello che dici sia suffragato da dati, perchè inveire gratuitamente contro una persona SENZA AVERE IL CORAGGIO DI FIRMARSI mi sembra un comportamento scorretto.

    Detto questo, io stesso sono il primo a dire che il nostro territorio è decisamente uno dei peggiori al mondo in fatto di inquinamento. E sono altresì sicuro che i risultati delle analisi non potranno che essere disastrosi.
    Ciò non toglie che va dato merito al Dott. Furlani e ad altri medici di base di aver sensibilizzato un opinione pubblica dormiente.

  10. Holly, quello autentico!

    Siamo noi i polli a voler credere a quello che i medici minimizzano. Ma si certo basta vedere in che territorio viviamo: verdi praterie da mulino bianco, sorgenti d’acqua cristallina, aria trasparente… Prendete a caso le pagine gialle e prendete nota delle aziende pericolose, quelle che hanno cisternoni interrati di veleni mortali, quelle che macinano, atomizzano e sparano in aria nanopolveri di metalli pesanti, quelle che bruciano fanghi industriali, quelle che per fare gli inerti del piffero ci mescolano il peggio degli scarti pericolosi industriali: ceneri sadepan, amianto, sabbie di fonderia, scorie d’acciaieria, ceneri di inceneritori di rifiuti urbani e centrali a carbone, fanghi ceramici e rifiuti della chimica, della plastica ecc… Tanto tutto fa brodo per fare bitume, ghiaie e sabbie sintetiche, cementi e materiale per ripristini idraulici quali per esempio a caso le ciclabili e gli argini golenali… Polvere, polvere, sottile, micidiale… Ma il nostro medico finge, recita… Ma bravo! Cosa le hanno promesso i colossi del settore? Un posto da primario? Una villa al mare? Una vacanza ai tropici? Una poltrona alla Provincia? Ci dica, ci racconti… favoleggi un altro pochino… tanto per farci ridere!

  11. Holly, quello autentico!

    Ma vergognatevi! Voi medici reggiani non fate altro che ripetere lo stesso copione, ogni volta che qualcosa o qualcuno si smarca dall’omertoso silenzio di chi ci amministra per denunciare una situazione di contaminazione ambientale, o peggio l’evidente incidenza dei tumori anche tra bambini e giovanissimi! Sono schifata dalla sua risposta. Chi la paga! Con quale coraggio viene a dire che abbiamo una casistica pari a quella europea? Non è affatto vero, in Italia è dove ci si ammala di più, e sopratutto i bambini, di tumori e leucemie. Cari cittadini svegliatevi, la politica come al solito è al soldo dei poteri forti che inquinano il territorio da anni e i medici che si mettono per traverso possono dire arrivederci alla loro carriera. Adesso basta con queste palle vergognose! Vogliamo la verità!

  12. Vorrei sapere cosa ne pensate delle coltivazioni e degli allevamenti eistenti a ridosso della discarica di Novellara-Villa Seta, perchè nn fanno i controlli anche li?

  13. Grazie al Dott. Furlani per l’ottimo e puntuale approfondimento sull’argomento.
    I cittadini hanno bisogno di avere informazioni precise! Grazie!

  14. Grazie mille al dott. Furlani per le puntuali spiegazioni e per l’interessamento suo e degli altri medici alla questione.
    Ora attenderemo con molto interesse gli esiti delle indagini.

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