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Resiste il finanziamento pubblico all’editoria: arriva la manna per i giornali

Ma perchè chi lavora per 1000 euro al mese, e già gli va bene, deve anche mantenere  direttori di giornale in perdita e senza lettori?

Resiste il finanziamento pubblico all’editoria: nessun taglio nel 2011, pagano i ministeri.
Alla fine i soldi per i giornali amici si trovano sempre. “I soldi per il 2011 saranno circa gli stessi del 2010, tutto sommato circa 180 milioni di euro”, dice soddisfatto il senatore del PD Vincenzo Vita. L’accordo è arrivato all’ultimo secondo in commissione Bilancio alla Camera venerdì sera: nel maxi-emendamento alla Finanziaria approvato, i soldi per l’editoria passano da 60 a 100 milioni che si aggiungono agli 80 già previsti (e ancora: 45 milioni per le radio e tv locali, 5 per i giornali italiani all’estero).

Da dove arriva questa manna, un po’ sorprendente quando perfino il Quirinale protesta per i tagli indiscriminati?
L’emendamento ha trovato consensi trasversali, ma è partito da un’iniziativa di tre deputati finiani, Chiara Moroni, Nino Lopresti e Aldo Di Biagio che per trovare la copertura finanziaria a questo regalo di Natale anticipato alla stampa sussidiata, incluso il loro giornale di partito Il Secolo d’Italia, sono ricorsi a uno strumento contabile legittimo ma discutibile. Ai “maggiori oneri” si provvede “mediante riduzione lineare delle dotazioni di parte corrente alle autorizzazioni di spesa di cui alla tabella C”. E la tabella C è quella in cui ci sono tutte le voci di spesa che, per convenzione, vengono finanziate a prescindere perché parte dell’attività caratteristica dei vari ministeri: dai risarcimenti per le vittime di terremoti a parte del finanziamento dell’autorità Antitrust.

Evviva, ancora una volta destra, centro e sinistra uniti nella lotta! Dal gioco delle tre carte del governo morente son ricomparsi 180 milioni per il finanziamento pubblico ai giornali. Continueremo a pagare per il sontuoso appannaggio di Antonio Polito e Piero Sansonetti per fare un finto giornale di sinistra che ci costa 4 euro di tasse per ogni singola copia e potremmo giustificare i loro gettoni di presenza in tivù. Ma non è solo il dover pagare tasse per mantenere Polito e il suo Riformista a farci vergognare.

Nonostante la ben diversa caratura del Manifesto, potremo leggere finché morte non ci separi gli editoriali di Valentino Parlato con l’ennesima attualissima riproposizione del racconto di quanto furono radiati dal PCI nel ‘68. Terremo in vita l’Avanti, glorioso giornale del quale negli ultimi si è parlato solo per gli scoop sull’isola di Santa Lucia. Daremo nuova linfa a Liberazione, per permettergli di fare un triste giornale e condurre alla pensione qualche vecchio funzionario. “Un po’ di ossigeno” titolavano ieri. Daremo soldi a L’Unità, per farlo un po’ più glamour ma solo con il lavoro di decine di precari mal pagati. Bella storia…

Ovviamente, ci mancherebbe, non c’è solo la stampa di sinistra, vera o presunta. Continueremo a finanziare (perché sennò ne va della democrazia) il Corriere dello Sport e per par condicio La Gazzetta. Daremo soldi al Campanile di Mastella, l’Opinione (organo del Popolo delle Libertà). Continueremo a finanziare le campagne di dossieraggio di Libero e del Giornale, il Roma di Bocchino, il Secolo d’Italia della Perina, la Repubblica, il Sole24Ore (viva il mercato, vero?), Radio Radicale (viva il mercato bis, no?), La Stampa, Il Corriere della Sera, Radio Padania (qui Roma non è ladrona) fino a Radio Maria.

Tirano tutti un bipartisan sospiro di sollievo sui giornali di oggi e meno male che Tremonti c’è. Campano così a migliaia (in genere con lauti stipendi, che per i direttori girano intorno ai 600.000 lordi l’anno) pezzi di ceto politico, portaborse riciclati e un circo di impresentabili che ci viene ammannito come libertà d’espressione.

Senza aprire il calderone della Rai (dove migliaia di imbucati che non meriterebbero di essere fatti prigionieri sono saliti sul carro giusto della lottizzazione), molti di questi campioni della libertà d’espressione a spese dello Stato in questi giorni si sono stracciati le vesti per i compensi di Roberto Benigni e Roberto Saviano (o di Santoro o Travaglio o Vauro) rei di aver fatto toccare degli share storici al servizio pubblico che almeno per un paio d’ore è stato sul mercato. Farisei.

Ma non è solo questo. Nei falsi giornali mantenuti con soldi pubblici, perché altrimenti ne va della democrazia, lavorano sciami di precari sfruttati (perché sennò chi li paga gli appannaggi dei direttori o le sedi in centro a Roma o a Milano), spesso, ahinoi, in attesa di un posto da portaborse o di essere imbucati nella suddetta RAI. Pure quelli buoni utilizzano questi soldi non per innovare ma per sopravvivere all’esistente senza progettare il futuro. Di ciò il pessimo persistente rapporto del Manifesto con Internet dalla morte di Franco Carlini in avanti è la miglior testimonianza.

Ma il problema non è Internet. Finanziamo (perché evidentemente non è il finanziamento in sé il male) il giornalismo del passato perché possa permettersi di rimanere passato e non finanziamo tutto quello che permetterebbe al giornalismo di entrare nel futuro. In questo c’è la banda larga, sì, ma ancora di più c’è l’esigenza di quel pluralismo dell’informazione da fomentare rompendo per legge i monopoli. Ma c’è soprattutto la scuola, che è l’unico posto dove si costruiscono i lettori del futuro. Ma lì tagliamo…

Articolo di Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it
Fonte: AgoraVox

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