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Scuola: niente tagli per gli insegnanti di religione. Tutti gli alunni devono però avere un’alternativa formativa.

A seguito dei continui “tagli” inferti alla scuola pubblica, diminuendo la qualità dell’offerta formativa e mettendo in pericolo il “diritto allo studio”, il MoVimento 5 Stelle partecipa alla Manifestazione Regionale “Riprendiamoci la Scuola” che si terrà sabato 9 ottobre a Reggio Emilia.

Il ministero dell’Istruzione ha divulgato un documento con i dati precisi: 4% in meno di insegnanti e 6% in meno di tecnici e bidelli. Tutto questo non riguarda però gli insegnanti di religione. E’ l’unico dato in controtendenza.

L’insegnamento della religione è un tema sensibile dell’Istruzione pubblica italiana. Sono quasi una classe priviligiata, che necessita di un nulla osta da parte di un ordinario diocesano per prendere servizio. Dal 2004 il loro numero non è mai calato, anzi grazie al concorso del settembre 2005 si è arrivati ad una cifra record, 23.326 nell’anno passato. Tutto questo mentre il ministero dell’Istruzione mette in atto la riforma scolastica, tagliando cattedre e chiudendo piccole istituzioni scolastiche, inglobandole nelle più grandi e creando disagio alle famiglie che vivono in piccoli centri o frazioni.

Questi dati sugli insegnanti di religione sono stati fortemente criticati dal sindacato nazionale autonomo degli insegnanti di religione (Snadir) secondo il quale giornali come Repubblica, l’Unità e la Tecnica della Scuola starebbero falsando i dati per creare una polemica ingiustificata e d’altri tempi. Effetivamente meno classi dovrebbero significare meno insegnanti, anche di religione.

La riforma scolastica tuttavia colpirà in maniera differente gli insegnanti. I tagli all’orario scolastico  non andranno ad influire sulle lezioni di religione e le cattedre questi precari  saranno meno a rischio. Le polemiche non andrebbero alimentate, ma è inutile nascondere i dati e le decisioni del ministero dell’Istruzione.

Il Tribunale di Padova, lo scorso 30 luglio, ha emesso un’ ordinanza che stabilisce (o meglio ri-stabilisce) in breve un principio fondamentale del nostro ordinamento: la liberta’ e la non discriminazione religiosa. Il caso e’ quello di una bambina che, non avendo scelto di frequentare l’ora di religione, inizialmente era stata lasciata in classe durante lo svolgimento delle lezioni confessionali, poi spostata in altra classe ove si svolgevano altre lezioni di tutt’altro genere. I genitori sono allora ricorsi in tribunale invocando i propri diritti e il comportamento lesivo dell’amministrazione. Il Giudice ordinario in primo grado aveva rigettato il ricorso dei genitori, asserendo che non solo non vi fosse l’obbligo di impartire un insegnamento parallelo e alternativo al corso di religione, ma che comunque la bambina non era stata vittima di alcuna discriminazione. Ricorsi in appello al collegio, i ricorrenti hanno ottenuto giustizia, con anche un simbolico risarcimento del danno e la condanna della scuola a rimediare. La pronuncia presenta profili di interesse, e puo’ costituire un buon precedente per coloro che subiscono per i propri figli un trattamento simile nelle scuole.

In primo luogo e’ interessante il tipo di azione giudiziaria con cui si e’ proceduto, ossia l’azione anti-discriminazione, contenuta agli articoli 43 e 44 del T.U. Immigrazione. Si tratta di un’azione giudiziale che chiunque anche senza avvocato puo’ proporre. Un’azione che si svolge senza formalita’ e con le procedure semplificate della camera di consiglio. Insomma, una cosa diversa rispetto al normale e dissuasivo percorso ad ostacoli che e’ il giudizio civile ordinario.

In secondo luogo si affrontano con la pronuncia, in maniera capillare, le norme che regolano l’insegnamento religioso nelle scuole, norme che impongono all’amministrazione di procedere nella creazione di una valida offerta formativa che consenta la vera liberta’ di scelta dello studente, senza che vi siano dissuasioni o condizionamenti. Si citano circolari ministeriali e lo stesso Concordato, nel quale si esprime con chiarezza l’esigenza di non discriminare chi non intenda avvalersi dell’insegnamento cattolico. E allora, poco pregio hanno le “scuse” dell’amministrazione di non avere soldi sufficienti per organizzarsi. Il dovere della scuola permane. L’ordinanza, inoltre, chiarisce come gli atti discriminatori ben possano consistere anche in comportamenti apparentemente neutri, ma che in realta’ offendano indirettamente l’uguaglianza sostanziale e la liberta’ di scelta. Per questo, l’esser lasciata in classe durante l’ora di religione, sebbene libera di “non ascoltare” o leggere altro, rappresenta chiaramente un comportamento discriminatorio. Infine, il Tribunale condanna al risarcimento del danno non patrimoniale per un ammontare complessivo di euro 1500 (con grave compensazione delle spese) stabilendo che la lesione subita per un anno dalla studentessa corrisponde senz’altro alla violazione del diritto all’istruzione (nel caso alternativa) e alla liberta’ di scelta religiosa. Beni entrambi tutelati dalla nostra Costituzione.

Adesso l’ordinanza sia di esempio a tutti coloro che si trovano nella medesima situazione. E sia di esempio a chi dovesse giudicare sui ricorsi anti discriminazione.

www.aduc.it

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