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La “polvere” che uccide!

 Le nuvole rosse di Taranto, la diossina di Mantova, l’arsenico degli abitanti di Gela… dove un posto di lavoro vale la vita.

TARANTO: Il cimitero dei Tamburi è una sconfinata distesa di marmo rosso perchè la polvere della fabbrica dell’Ilva, che tanti ne ha portati qui, ha deciso di tenere compagnia ai vivi come ai morti. E dopo essersi insinuata nei loro polmoni, occhi, narici, lenzuola stese ad asciugare al sole, la polvere si infila anche nei pori del marmo delle croci. Tamburi è il quartiere di Taranto più vicino all’acciaieria che ha prima salvato e poi ucciso questa città.
A Tamburi vivono quasi 25 mila persone e quasi nessuno se ne va perchè qui sono nati e qui vogliono restare. Tumori, malattie autoimmuni, allergopatie: non c’è famiglia qui che non abbia dimestichezza con queste parole, perchè non c’è famiglia qui in cui qualcuno non abbia lavorato all’Ilva.
Il Dott. Patrizio Mazza, primario di ematologia dell’ospedale, racconta che nella prima settimana di luglio ha diagnosticato 8 nuovi linfomi, che (dice) è una “cosa enorme”. “Stiamo vedendo solo la punta dell’iceberg, qui c’è un concentrato di cancerogeni che li abbraccia tutti”.
Anche Franco Fanelli che è il presidente “dell’Associazione Tamburi 9 luglio 1960 anno zero” (data di posa della prima pietra dell’Ilva) ha pagato il tributo al progresso: un padre, una moglie e una sorella morti di tumore. E una figlia di 11 anni che alla morte è andata vicino per colpa di una forma molto aggressiva di leucemia mieloide.

MANTOVA: qui c’è il polo industriale grande come il centro della città chiamato “Polimeri Europa” ex Enichem ed ex Montedison. L’Istituto superiore della Sanità ha dovuto riconoscere che chi abita nel raggio di due chilometri e mezzo dal polo industriale ha 25 volte in più la possibilità di chiunque altro di contrarre un tipo di tumore molle: il sarcoma dei tessuti molli.
Da marzo di quest’anno è partito il processo penale contro la Montedison per dimostrare che una settantina di morti per tumore di dipendenti che hanno lavorato lì fino al 1989 sono ricollegabili all’esposizione, non adeguatamente protetta, a sostanze tossiche (amianto e benzene) legate alla lavorazione. In luglio, l’ultima delle udienze preliminari si è conclusa con il rinvio a giudizio di 12 indagati ma non è del tutto chiaro se c’è o meno il rischio prescrizione.

GELA: A Gela ogni anno nascono tantissimi bambini con problemi di salute, spesso gravi. Patologie alla tiroide, malformazioni cardiache, palatoschisi; e il primato mondiale di incidenza di ipospadia, una malformazione dell’apparato uro-genitale.
Gli studi parlano di una stretta correlazione tra questo tipo di patologie ed il mercurio
.
Nel mercurio Salvatore Mili, operatore esterno al reparto clorosoda dell’Eni, ci viveva. “Centocinquanta tonnellate di mercurio a terra ogni giorno, che spazzavamo con le scope e raccoglievamo con i mestoli da trenta chili, come schiavi: ci gocciolava sugli elmetti, ci colava in bocca e negli occhi e i cui fanghi scaricavamo a mare, autorizzati a farlo.”
I malati di tumore a Gela sono tantissimi, ma quasi nessuno si cura qui, perchè mancano i servizi. Bisogna andare a Catania, Ragusa o al Nord.
In pochi si rendono conto che a Gela c’è una vera e propria emergenza sanitaria: nel sangue degli abitanti c’è arsenico ma nel 2002 la città è scesa in piazza per protestare contro l’ipotesi di chiusura dello stabilimento.
Il rapporto tra Gela e la fabbrica è controverso: con quasi il 55 per cento di tasso di disoccupazione, la prospettiva che anche l’Eni chiuda non va giù.
E poi la società versa ogni anno al Comune di Gela tre milioni di euro che però non sono destinati alle opere di contenimento dell’impatto ambientale, ma vanno a finire agli Affari Generali, un salvadanaio a cui si può attingere per qualsiasi esigenza. L’ultima volta, per farci una fontana!!!

Fonte: giornalista Silvia Nucini

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