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Bando per la qualificazione energetica degli edifici pubblici

Pannelli fotovoltaici, termosifoni bollenti e la finestra aperta. La caldaia che beve come una spugna e gli infissi che sono tutto uno spiffero. L’utilizzazione di energie fossili anche quando sarebbe possibile e conveniente puntare sulle rinnovabili…

Tutto questo accade negli edifici privati – a maggior ragione quelli situati in condomini e presi in affitto – e negli edifici pubblici, soprattutto quando, come spesso capita, essi sono situati in stabili d’epoca, o comunque costruiti quando ancora non si parlava della necessità di non sprecare energia. E così i cittadini assistono al poco edificante spettacolo di uffici pubblici surriscaldati perché è l’unico modo per evitare che in un’altra ala dello stesso palazzo gli impiegati battano i denti. O di scuole in cui il riscaldamento non viene spento nei fine settimana e nelle vacanze di Natale, perché altrimenti l’alloggio del custode rimane al freddo.

Spesso per i privati è difficile mettere in atto buone pratiche di risparmio energetico: c’è il problema dei costi, e magari anche di convincere l’assemblea condominiale. Per le Pubbliche amministrazioni la faccenda è addirittura più complicata. In una famiglia, una volta che si è deciso di farlo, è semplicissimo e immediato sostituire una lampadina a incandescenza con una a risparmio energetico, che è più cara ma dura molto a lungo e consuma cinque volte meno energia: basta acquistarla e avvitarla al suo posto. Un ente pubblico invece deve rispettare procedure e gare d’appalto soggette ad un iter complesso e tutt’altro che fulmineo.

La situazione oggettiva del pianeta sempre più sottolinea la necessità di risparmiare energia e di diminuire la dipendenza dai combustibili fossili – carbone, petrolio, gas – che si trasformano in elettricità e calore solo a patto di emettere anidride carbonica, il gas dell’effetto serra che ormai ha raggiunto nell’atmosfera una concentrazione pari a 394 parti per milione. Soltanto un anno e mezzo fa era a 380 parti per milione; nel 1750 era di 280 parti per milione.

L’aumento dell’anidride carbonica procede a braccetto con l’aumento delle temperature. Dei cambiamenti climatici in atto ci accorgiamo tutti: e se non si interviene la situazione continuerà a peggiorare.

Anche il quadro legislativo sempre più sottolinea la necessità di risparmiare energia e di affidarsi alle energie rinnovabili, come quelle ricavate dal sole e dal vento: “materie prime” che, a differenza dei combustibili fossili, non si esauriscono e non rilasciano gas serra. Il pacchetto energia varato dall’Unione europea nel gennaio scorso impone ai Paesi membri di diminuire del 20% le emissioni di gas serra entro il 2020, e contemporaneamente di aumentare del 20% l’uso di energia proveniente da fonti rinnovabili e di migliorare del 20% l’efficienza energetica.

Già nel 2006, comunque, l’Unione Europea ha varato una direttiva che promuove l’efficienza e il risparmio energetico; la Legge Finanziaria 2007 si è mossa in questo stesso senso con incentivi e sgravi. Essa favorisce anche l’installazione sugli edifici di pannelli solari fotovoltaici per l’autoproduzione di energia elettrica. La Finanziaria 2008 ha prorogato incentivi e sgravi; prevede inoltre che gli interventi pubblici futuri nell’edilizia debbano essere accompagnati da una certificazione relativa alla riduzione dei gas serra. Ha anche stabilito semplificazioni per l’autorizzazione ad impianti fotovoltaici degli enti locali, e di applicare ad essi la maggiore tariffa incentivante del conto energia. Infine, ristrutturazioni e ammodernamenti di scuole ed edifici sanitari sono subordinati a interventi di efficienza energetica e a produzione di energia da fonti rinnovabili.

Tutto questo però vale per i nuovi edifici che gli enti locali decidono di costruire: giocoforza pochi, dati i tempi di difficoltà economiche e di tagli sui bilanci legati al “patto di stabilità” che obbliga a contenere le spese e a limitare gli investimenti. E i vecchi edifici, la maggioranza? Gli enti locali sono sospesi: da una parte la necessità di perseguire l’efficienza energetica per limitare la pesante quota di spese correnti assorbita dal funzionamento di impianti di illuminazione, e soprattutto di riscaldamento, poco efficienti; dall’altra la difficoltà ad investire per rifare gli impianti e migliorarne l’efficienza.

Come uscirne?

Le soluzioni sono indicate nel Piano Energetico Regionale approvato dall’Assemblea Legislativa con propria delibera n. 141 del novembre scorso e nell’Atto di indirizzo e coordinamento sui requisiti di rendimento energetico e sulle procedure di certificazione energetica degli edifici presentato dalla Giunta regionale con delibera n 1730 del novembre 2007, approvato dall’Assemblea Legislativa dopo ampia e proficua consultazione. Si fa riferimento in particolare alla promozione di società di servizi energetici (ESCO), di nuovi strumenti finanziari per i risparmi energetici (finanziamento tramite terzi, riduzioni fiscali, contratti di garanzia dei risparmi energetici, ecc.), di diagnosi energetiche, così come definiti dalla Direttiva Europea 2006/32/CE e all’avvio della certificazione energetica.

La Regione Emilia-Romagna, in attuazione del Piano Energetico Regionale, ha approvato un bando per la promozione del risparmio energetico, dell’uso efficiente delle risorse e delle fonti rinnovabili con riferimento agli edifici e al sistema urbano.

Sono previste specifiche manovre per la diagnosi energetica e la riqualificazione degli edifici pubblici, per la realizzazione di piattaforme tecnologiche a fonti rinnovabili di pubblica utilità, per lo sviluppo e la riqualificazione delle aree a destinazione industriale e artigianale nella direzione delle Aree Produttive Ecologicamente Attrezzate.

Clicca qui per leggere “Il bando regionale”

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